Capitolo 9 - Lo specchio che ricorda

scritto da Mystory90
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Testo: Capitolo 9 - Lo specchio che ricorda
di Mystory90

La notte scese come un lenzuolo pesante, senza stelle. 

Non c'era luna, non c'era brezza. Solo il rollio lungo e lento della Treasure, come il respiro di qualcuno che finge di dormire. Le lanterne erano state abbassate al minimo, le vele ridotte a stracci per non fare rumore. Nessuno parlava più del necessario. Anche il cuoco, che di solito borbottava mentre mescolava la zuppa, si limitava a girare il mestolo in silenzio.

Reven era al timone, ma non guardava l'orizzonte. 

Guardava in basso, verso l'acqua nera che scorreva lenta lungo lo scafo. Ogni tanto le sembrava di vedere riflessi che non avrebbero dovuto esserci: volti sfocati, mani che si tendevano verso l'alto, bocche aperte in grida mute. Sbatté le palpebre e sparirono. Ma tornavano, più nitidi, ogni volta che abbassava la guardia.

Dalla cabina arrivò un bagliore ambrato debole, quasi malato. 

Reven lasciò il timone a Jael per qualche minuto e scese.

La mappa era stesa da sola sul tavolo, il cerchio centrale illuminato appena. Non pulsava più con ritmo regolare: tremolava, come una candela sul punto di spegnersi.

«Stai male?» chiese Reven, sorpresa dal proprio tono preoccupato.

Un sospiro lungo, stanco.

«Non sto male, ragazzina. Sto... ascoltando. E più ascolto, più mi ricordo cose che preferirei dimenticare. L'Abisso sta diventando più forte. Sta allungando i fili verso di noi. E io li sento tutti.»

Reven si sedette sulla cassa di fronte alla pergamena.

«I fili sono i rimpianti?»

«Esatto. Ogni rimpianto che avete a bordo è come una corda tesa. Più è tesa, più vibra. E l'Abisso la sente. La tocca. La tira piano piano. Non vi sta ancora afferrando... ma vi sta accarezzando. E quando vi accarezza, vi ricorda.»

Reven abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Le nocche erano bianche.

«Io sto ricordando cose che credevo di aver seppellito» disse piano. «Mia madre che mi guardava dalla porta mentre partivo con mio padre per la prima volta. Aveva gli occhi rossi, ma non ha pianto. Non davanti a me. Ho sempre pensato che fosse forte. Adesso mi chiedo se non fosse solo terrorizzata.»

La luce ambrata tremolò, quasi gentile.

«Quello è un rimpianto piccolo, Reven. Doloroso, ma piccolo. L'Abisso vuole quelli grossi. Quelli che ti fanno venire voglia di sparire.»

Silenzio.

Poi la mappa parlò di nuovo, con una voce più bassa, quasi un sussurro.

«Scendi nella stiva. Ora. Porta Finn con te. C'è qualcosa che dovete vedere.»

Reven non chiese spiegazioni. 

Salì sul ponte, trovò Finn appoggiato al parapetto di tribordo, lo sguardo perso nel nulla.

«Vieni con me» gli disse soltanto.

Finn la seguì senza una parola.

Scesero insieme la scaletta stretta che portava alla stiva. L'aria era umida, odorava di catrame, cordame bagnato e farina vecchia. Le lanterne oscillavano piano, gettando ombre lunghe sui barili e sui sacchi.

La mappa aveva indicato solo "scendi nella stiva", ma quando arrivarono in fondo, capirono perché.

Uno specchio. 

Non c'era mai stato prima. 

Era appoggiato contro una paratia, alto quasi quanto Reven, incorniciato di legno nero consumato dal sale. Il vetro non era pulito: sembrava coperto da una patina di nebbia interna, come se il riflesso respirasse.

Reven e Finn si fermarono a tre passi di distanza.

«Non l'ho mai visto» mormorò Finn.

«Nemmeno io.»

Si avvicinarono.

Nel riflesso non videro se stessi come erano in quel momento. 

Videro se stessi come erano stati nel momento peggiore della loro vita.

Per Reven: una bambina di forse nove anni, in piedi sulla soglia di una casa di legno, con un fagotto in mano. Dietro di lei, sua madre che le porgeva una mela rossa – l'ultima che avevano. La bambina la prendeva senza guardarla negli occhi. Poi si voltava e correva via, verso il molo dove il padre la stava aspettando. Non si girava indietro. Non salutava. La madre rimaneva ferma sulla soglia, la mano ancora tesa con il gesto interrotto a mezz'aria.

Reven sentì un nodo in gola così forte da farle male.

Finn, accanto a lei, vide qualcosa di diverso.

Vide se stesso sull'isola, con le mappe strette al petto. Ma stavolta non era solo paura nei suoi occhi. C'era calcolo. Freddezza. Stava contando le provviste rimaste sulla lancia. Stava decidendo se prendere anche l'acqua dolce dell'equipaggio o lasciargliene abbastanza per sopravvivere tre giorni. La sua bocca si muoveva, formava parole che non avevano mai sentito: «Se muoiono, la nave è mia. Posso tornare indietro da solo.»

Finn fece un passo indietro, come se lo avessero colpito.

«Non... non l'ho mai detto ad alta voce» balbettò. «Ma... l'ho pensato. L'ho pensato davvero.»

Lo specchio non mentiva. 

Mostrava il momento esatto in cui il rimpianto era nato, non la versione edulcorata che si raccontavano per riuscire a convivere con se stessi.

Reven allungò una mano verso il vetro. 

Le dita sfiorarono la superficie fredda.

Il riflesso cambiò.

Adesso mostrava entrambi, ma più vecchi. Molto più vecchi. Reven con i capelli bianchi, seduta su una roccia, guardava il mare vuoto. Finn era accanto a lei, ma non parlavano. Non si guardavano. Solo due persone che avevano perso tutto tranne il rimpianto di non aver detto addio, di non aver chiesto perdono, di non aver scelto diversamente quando c'era ancora tempo.

Reven ritirò la mano di scatto.

«Basta» sussurrò.

Ma lo specchio non smise.

Continuò a mostrare. 

Mostrò Draymor che lasciava un villaggio in fiamme senza voltarsi, sapendo che c'era ancora qualcuno dentro. Mostrò Jared che rideva mentre un compagno annegava perché non era riuscito a lanciare la cima in tempo. Mostrò Mara che voltava le spalle a una sorella malata per inseguire una voce di tesoro. Mostrò Loris il cuoco con il ragazzo morto tra le sue braccia.

Non era crudele per crudeltà. 

Era preciso. 

Era onesto.

La mappa parlò dalla cabina sopra di loro, la voce che arrivava attutita ma chiara.

«Adesso capite perché vi ho mandati quaggiù. 

L'Abisso non vi chiederà un rimpianto qualsiasi. Vi chiederà quello che state vedendo adesso. Quello che vi fa venire voglia di vomitare l'anima. 

Se non lo guardate prima, quando arriverà il momento vi guarderà lui... e non vi lascerà più andare.»

Finn si lasciò cadere seduto sul pavimento bagnato della stiva, la schiena contro un barile. 

Respirava a fatica.

«Come si fa a dire una cosa del genere ad alta voce?» chiese, quasi a se stesso. «Come si fa a guardare negli occhi gli altri e dire... "ho pensato di lasciarvi morire per salvarmi"?»

Reven si accovacciò accanto a lui.

«Non lo so» rispose piano. «Ma se non lo facciamo... ci prenderà tutto. Non solo il ricordo. Tutto.»

Alzarono lo sguardo verso lo specchio.

Adesso mostrava solo nebbia. 

Una nebbia grigia che si muoveva lenta, come fumo dentro il vetro. E dentro la nebbia, occhi. Moltissimi occhi. Non ostili. Solo... attenti. In attesa.

Reven si alzò.

«Portiamolo sul ponte» disse. « Tutti devono guardarci dentro. Non possiamo nasconderci più.»

Finn annuì lentamente.

Salirono insieme, portando lo specchio con cautela, come se fosse una bomba.

Quando lo appoggiarono sul ponte principale, al centro, sotto la luce delle lanterne, la ciurma si radunò in silenzio. 

Nessuno rise. Nessuno fece battute.

Uno a uno, si avvicinarono.

E uno a uno, guardarono.

Nessuno parlò di quello che vide.

Ma quando tornarono ai propri posti, avevano tutti la stessa espressione: non più paura. 

Rassegnazione lucida. 

E, sotto, una minuscola, ostinata determinazione.

La mappa pulsò piano dalla cabina.

«Bravi» mormorò, quasi tra sé. «Avete guardato. 

Adesso vediamo se riuscite a dirlo.»

La Treasure continuò ad avanzare nel buio.

E davanti a
lei, sempre più vicina, la nebbia cominciò a respirare.

Non era più solo un suono lontano.

Era il suono di qualcuno che apriva la bocca perpronunciare i loro nomi.

Capitolo 9 - Lo specchio che ricorda testo di Mystory90
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